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Andreas Aguyar

Andreas Aguyar

Andreas Aguyar  nacque a Montevideo da padre e madre schiavi, dove rimase tale fino a quando in Uruguay non venne abolita la schiavitù in seguito alla guerra civile del 1838. Sia i liberali Colorados che i conservatori Blancos, infatti, proclamarono l'emancipazione degli schiavi nel 1842 per rinforzare le proprie fila con nuovi soldati.

Fu proprio durante l'assedio di Montevideo che Garibaldi ebbe modo di apprezzare  il valore dei circa 5.000 ex schiavi, tra cui Aguyar, posti a difesa della città. Quando l'italiano tornò in Europa nel 1848, Aguyar, insieme ad una parte dei suoi compatrioti, liberamente lo seguì.

Aguyar fu al fianco di Garibaldi sin dalle prime fasi della prima guerra di indipendenza italiana, partecipando alle vittorie di Luino e Morazzone. Le attenzioni su Aguyar da parte dell'opinione pubblica internazionale arrivarono, comunque, durante la sua permanenza a Roma per difendere la Repubblica Romana. Molti giornali infatti riportarono di questo "esotico" personaggio e le cronache di guerra di quel periodo lo descrissero anche, ma erroneamente, come il servo/attendente di Garibaldi con la didascalia "Garibaldi and his negro servant", parlando dell'ex schiavo Aguyar. Egli si prese cura anche di Guerrillo, il cane che durante la battaglia di San Antonio sbucò dalle linee argentine per raggiungere quelle della Legione Italiana. Divenne celebre nelle cronache dei tempi perché era il cane a tre zampe che seguiva G. Garibaldi e Andreas Aguyar, tenendosi costantemente al loro fianco.

Nonostante fosse analfabeta, l'uruguaiano venne considerato molto capace e competente, specialmente nel cavalcare. Lontano dal campo di battaglia Aguyar è ricordato per aver offerto a Garibaldi la sua sella in modo da permettergli un sonno più gradevole, e per essersi preso cura lui. Fu ritenuto responsabile di aver salvato la vita a Garibaldi numerose volte, come durante la battaglia di Velletri contro i soldati borbonici del Regno delle Due Sicilie, quando Aguyar difese Garibaldi caduto da cavallo e in grave pericolo.

In verità Aguyar fu un libero e valoroso combattente che, inseguendo il suo sogno di libertà, varcando confini e colmando distanze, riaffermò sé stesso e i suoi ideali fino al supremo sacrificio e che generosamente si spese per la causa della Repubblica Romana.

La morte

Il 30 giugno 1849 Aguyar, promosso tenente da Garibaldi, venne mortalmente ferito da una granata francese in vicolo del Canestraro, vicino al convento di Santa Maria della Scala, dove secondo alcuni testimoni, egli disse: "Lunga vita alle Repubbliche di America e Roma!!!!".

Nonostante le sue vicende, il busto di Aguyar non è presente tra le statue e i monumenti del Gianicolo, ma gli è stata dedicata dalla città di Roma una scalinata a Monteverde, che fu inaugurata nel 1935 e denominata “Scalea Andrea il Moro” , secondo il soprannome che lo caratterizzava. In occasione del 163º anniversario dalla morte, il Comune di Roma ha aggiornato la denominazione, modificando il nome della scalinata in Scalea Andrea il Moro: Andrés Aguiar - Luogotenente della Repubblica Romana (1810-1849).

Nel 2013 l'Uruguay ha dedicato un francobollo da 45 centesimi alla memoria di Andrea Aguyar.

 

… tratto dalla biografia di G. Garibaldi    

La mia “ombra” mi salvò la vita

…. “Come tanti schiavi africani o figli di africani liberati in Uruguay nel 1842, Andrès Aguyar combattè nella difesa di Montevideo, dove comandavo la Legione Italiana. Ne notai subito il coraggio e lo volli con me. Era fra i 62 che nel 1848 mi seguirono nel mio ritorno in patria.

Durante la difesa della Repubblica Romana fu sempre al mio fianco. Facevamo uno strano contrasto, come ricorda nelle sue memorie il pittore olandese Koelman: Ercole di color ebano, in groppa ad un cavallo nero come il suo volto luccicante nel sole, faceva pensare a un’ombra, giacché stava sempre vicino al generale, il cui viso e capelli chiari e lo stallone bianco contrastavano con le tinte scure della sua ordinanza.

Portava sulla sella un lazo con all’estremità di una palla. Lo lanciava contro gli ufficiali francesi e napoletani, li catturava e spronando il cavallo li tirava giù dalla sella, trascinandoli con sé, finché si arrendevano. Mi ha salvato la vita diverse volte, come a Velletri, dove ero caduto da cavallo e circondato dai nemici.

La sera mi preparava una tenda rudimentale con una lancia, la spada e il fodero: io poggiavo il capo sulla sella e dormivo per qualche ora, sicuro di essere protetto. Inoltre si prendeva cura di Guerrillo, il cane a tre zampe che dalla battaglia di San Antonio in Argentina, mi seguì sempre, trotterellando sotto i nostri cavalli.

Morì il 30 giugno 1849: aveva appena portato mio figlio Menotti, di 9 anni, dentro una trattoria. Fu colpito al capo da una maledetta granata francese, oggi conservata al Museo Garibaldino al Campidoglio. 

Ricordate: tanti stranieri combatterono e spesso morirono per difendere quell’Italia unita e repubblicana dove adesso vivete….”

 

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